Le pole dancer italiane e la whorephobia

Recentemente, ho letto conversazioni tra alcune pole dancer italiane sui social media che sembravano voler distanziarsi dalle vere creatrici della pole dance moderna: le spogliarelliste. Questo distanziamento è uno dei comportamenti tipici della whorephobia, ossia il giudicare altre persone per il loro comportamento sessuale basandoci sui nostri pregiudizi pseudo-moralisti. In questo articolo, traduco una serie di risorse che raccontano le origini della pole dance moderna e spiego perché è importante che anche le pole dancer italiane si uniscano alla lotta per i diritti di chi lavora nell’industria del sesso.

Foto di Call Me Fred via Unsplash

Che succede tra le pole dancer italiane e gli strip club?

Non sono una a cui piace entrare in duelli da tastiera sui social media – anzi, ormai i social network mi stancano terribilmente e li considero un lavoro. Purtroppo però, quando ho visto commenti e/o post poco informati o denigratori contro le fondatrici della pole, le spogliarelliste, in una serie di gruppi di pole italiani, mi sono dovuta mettere in mezzo.

Già a Febbraio, dopo l’uscita di Strip Down, Rise Up, il documentario di Netflix recensito malissimo dalla pole community internazionale, avevo notato dei commenti un po’ infelici sulle spogliarelliste in alcuni gruppi italiani. Mentre la maggior parte delle poler internazionali lamentavano la quasi cancellazione delle spogliarelliste dal documentario, dove molte delle ragazze intervistate si distanziavano dagli strip club, molte pole dancer italiane avevano trovato Strip Down, Rise Up troppo fondato sul sesso.

Recentemente poi, mi sono trovata a commentare sotto un blog post che diceva di non voler screditare la lap dance e chi lavora allo strip club… ma che lo faceva lo stesso. Fortunatamente, molte pole dancer italiane sono a conoscenza delle origini del nostro sport, e hanno commentato anche loro, ma altre continuano quei tentativi di distanziamento dettati da moralismi patriarcali, in una manifestazione di un femminismo anti sex work che sta purtroppo prendendo piede in molti paesi.

I media, certo, non aiutano. Dai tentativi di riabilitare la pole come uno sport sbarazzino fatto da soubrette agli articoli di disinformazione come questo di Focus, è arrivata l’ora di mettere ordine al puzzle dei sentiti dire su quest’arte.

*Per gli elementi storici di questo post devo ringraziare Pole Pedia, Chrome Chronicles Pole, Kitty Velour e l’Australian Pole Dancers Magazine per aver creato post che ho potuto tradurre.

Da dove viene la pole dance?

Nel parlare delle origini più antiche di sport simili alla pole dance, PolePedia parla di danze tribali africane e sumere, della Maypole dance, del Mallakhamb e del palo cinese – questi ultimi due tra i più citati dalle pole dancer che preferiscono distanziarsi dalle spogliarelliste. Queste pratiche meritano di essere menzionate.

Primi usi storici dei pali per acrobazie

La Maypole dance (danza intorno al palo di Maggio) è una celebrazione Pagana della fertilità originaria più o meno del Dodicesimo Secolo D.C. Durante questa festività, le donne stringevano dei fiocchi o nastri attaccati alla sommità di un palo, ballandoci intorno. Prima dell’era Vittoriana, le celebrazioni della Maypole dance si concludevano con un’orgia.

Originario dello stesso periodo è il Mallakhamb, uno sport atletico per uomini nato in India. In questo sport, gli uomini incorporavano forza, ginnastica e resistenza nello scalare un palo di legno. “Mallakhamb” vuol dire “wrestling pole,” visto che era stato creato come un’aggiunta all’allenamento dei combattenti.

Anche il palo cinese nasce nel Dodicesimo Secolo, e si basa su acrobazie fatte tra due pali coperti di gomma, spesso anche rimanendo nella stessa figura per più tempo. La copertura di gomma del palo cinese viene usata per migliorare la presa del palo, e gli acrobati sono spesso vestiti per evitare bruciature da sfregamento.

Nonostante sia importante menzionare queste pratiche però, come spiega PolePedia e come ormai molt* poler sanno, la pole dance moderna ha poco a che vedere con sport lanciati da uomini e basati solo sulla forza e la resistenza, e molto a che vedere col Burlesque, il Vaudeville e gli spogliarelli.

Le origini della pole dance moderna che conosciamo e amiamo

Elementi della pole dance moderna compaiono già nel Diciottesimo Secolo negli Stati Uniti, con le ballerine dell’Hoochie Coochie dance, un termine usato per descrivere molte danze sensuali e provocanti che spesso include anche la danza del ventre.

La Hoochie Coochie dance era spesso fatta in circhi itineranti, dove ballerine di origine mediorientale, dell’Europa dell’Est o gitane ballavano dentro una tenda. Queste ballerine realizzarono presto che potevano utilizzare il palo al centro della tenda, scalandolo, girandoci intorno ed eseguendo figure per impressionare il pubblico. Le ballerine dell’Hoochie Coochie indossavano gioielli, gonne corte e top con la pancia scoperta in un’era in cui le donne vestivano con corsetti e sottovesti.

Queste danze, scrive Kitty Velour, diventarono così popolari che vennero importate in Europa, usando ballerine bianche. Fu in questo momento che le ballerine nere o mediorientali furono chiamate “Exotic dancers”, per allontanarle dalle loro colleghe bianche – ed è per questo che, recentemente, pole dancers come Nadia Sharif o Nova Caine hanno definito il termine razzista, chiedendo alla pole community internazionale di cambiarlo.

Nell’articolo sulle pioniere del sexy pole di Chrome Chronicles, la pole dancer americana Jordan Kensley spiega che poi, nei primi del Novecento, è stato il Vaudeville ad aprire la strada agli show più sexy negli Stati Uniti, incorporando elementi di commedia ma anche di danza. Quando però il Proibizionismo bandì le bevande alcoliche, ci fu una sorta di separazione morale tra i tipi di intrattenimento offerti dal Vaudeville: atti che venivano considerati appropriati per un pubblico d’alti valori andarono a far parte del circo (contorsionismo, tessuti, acrobazie) mentre le parti più sexy del Vaudeville, il Burlesque e gli striptease, si nascosero negli speakeasy. Negli speakeasy lo spazio era poco: molte performer dovevano esibirsi sul bancone del bar, o su un piccolo palco, dove venne aggiunto un palo per la sicurezza delle ballerine, che così potevano tenersi a qualcosa mentre facevano gli striptease.

Alla fine del Proibizionismo, alcune performers tornarono a fare esibizioni simili al Burlesque, ma non più di nascosto. Le danze sul tavolo e col palo però erano diventate talmente popolari che i proprietari dei bar e dei ristoranti fecero in modo di ristrutturare i loro locali per permettere alle ballerine di spogliarsi per il pubblico, con o senza un palo. Da quel momento, dice Jordan, c’è stata una sorta di crossover di tutti e tre questi elementi del Vaudeville: il Burlesque, il circo e la pole dance.

Dagli anni ’80 ad oggi

Secondo PolePedia, fu negli anni ’80 che la cultura dello strip club divenne un vero e prorio fenomeno in Canada e negli Stati Uniti. Proprio in America nasce il trend di coprire le spogliarelliste di soldi, visto che anche un solo dollaro è una banconota di carta e non una moneta di metallo (altrimenti che male).

Nello stesso periodo, a Vancouver due proprietari di strip club videro che la loro industria stava crescendo, e aprirono uno studio per addestrare le loro spogliarelliste, dove si insegnava loro pole, floorwork e coreografia. Fu l’inizio di una rivoluzione: molte spogliarelliste iniziarono allora ad aprire le loro palestre, per insegnare tecniche diverse alle altre pole dancers.

Negli anni ’90, una giovane canadese di nome Fawnia Mondey fu assunta come spogliarellista in uno strip club canadese. Si trovò presto ad insegnare pole a molte ragazze con cui lavorava. Nel 1995, Fawnia decise di insegnare pole anche a chi non lavorava negli strip club, lanciando una moda per cui noi pole dancer dobbiamo ringraziare le spogliarelliste.

Nel 2001, Fawnia fu anche la prima a lanciare tutorial video per imparare la pole, dimostrandosi una vera pioniera sia per la pole negli studi che per la pole a casa tramite video e DVD. Più informazioni sulla storia degli striptease in America si possono trovare in quest’articolo.

La pole dance e gli striptease in Inghilterra

Nell’intervista con Chrome Chronicles pole, Kitty Velour spiega che Paul Raymond aprì un club per soli membri a Soho negli anni ’50: il Raymond Revue, il primo striptease club in Inghilterra. Esiste ancora, si chiama The Box, famoso per i suoi cabaret show.

Negli anni ’60, la legge permetteva danze con nudo completo, e Soho era un vero e proprio red light district con strip club, peep shows – ovvero la possibilità di vedere una serie di immagini erotiche pagando – e c’era un senso di liberazione erotica che pervadeva la Londra di quei tempi.

Picture by Clem Onojeghuo via Unsplash

Negli anni ’70 e ’80 nascono gli strip pub dell’East End di Londra, dove c’erano veri e propri show da palco. Le ragazze uscivano tra gli avventori prima del loro show con una pinta vuota, racimolando mance per il loro show – una tradizione che, in Inghilterra, esiste ancora. Gli show erano molto spettacolari, con materiali di scena, costumi improbabili e anche vestiti da sposa.

Negli anni ’90 aprì la prima scuola di burlesque e pole in Europa, che Kitty attribuisce a Madame Jojo, la proprietaria di uno dei locali più celebri di Soho purtroppo divenuto vittima della gentrificazione e chiuso.

Foto di NME

Le lap dance o danze private vennero introdotte nei pub più tardi, ma erano molto brevi, e l’enfasi rimaneva sugli show per il pubblico. Il White Horse era uno dei più famosi pub di quel tipo, avendo ospitato Kitty, Felicity Logan e Millie Robson. Qui nacque anche l’East London Strippers Collective (ELSC), un sindacato per spogliarellist*. Kitty dice: “Ora guardiamo gli strip club con tanta nostalgia, ma c’erano tanti problemi: i proprietari licenziavano le ragazze senza ragione, e sia io che le ragazze dell’ELSC siamo state licenziate dal White Horse.”

Foto dell’Evening Standard
La pole dance in Australia

Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, a Sydney, una spogliarellista di nome Bobbi Vivoda (che purtroppo è morta l’anno scorso) inizia a fare lezione alle sue colleghe del Dancers Cabaret su Bayswater Road, nel distretto delle feste, dei casinò e degli strip club di King’s Cross. Siamo nel 2002, e le lezioni di Bobbi avvengono in una stanza dove anche i buttafuori del club si allenavano. Secondo l’Australian Pole Dancers Magazine, Bobbi vuole aprire le lezioni anche al pubblico, e il proprietario accetta, con la promessa di una percentuale dei guadagni. Dopo un articolo del Sydney Morning Herald si sparge la voce, e si presentano 100 ragazze che vogliono imparare a ballare col palo. Anche le spogliarelliste Candice Leigh e Jamilla si uniscono, e così nasce la pole dance in Australia, che diventerà un vero e proprio fenomeno.

Nel 2004 Bobbi apre il suo primo studio a Sydney, e lancia anche il suo primo DVD insegnando pole. Le palestre di pole si moltiplicano. Nel 2005 debutta la prima edizione di Miss Pole Dance Australia, una delle gare più celebri, presentata dalla Drag Queen Maxi Shields, che sarà tra le concorrenti del primo RuPaul’s Drag Race Down Under quest’anno. Col lancio di Instagram nel 2010 la pole dance decolla: ci sono più possibilità di conoscere altre poler, imparare altre mosse e coreografie. Arriva il boom della pole in Australia, dove nuovi studi aprono in continuazione e anche i pub hanno i pali.

Non ho trovato informazioni sulla nascita della pole in Italia e sul contributo delle stripper nel nostro paese, ma se avete qualcosa da aggiungere per favore mandatemi un messaggio!

Qual è la differenza tra la pole e la lap dance?

Ho notato che, molto spesso, “lap dance” e “pole dance” sono visti come intercambiabili in Italia, probabilmente dato il livello di Inglese ancora piùttosto mediocre che molti (soprattutto boomer) hanno nel nostro paese. Questo però sta dando via a definizioni poco accurate, a pregiudizi da giornalista maschio bianco bacchettone o a pole dancer italiane che vogliono costruire muri tra loro e le stripper. Quindi ecco una definizione, giusto per fare fact-checking.

La differenza tra la pole e la lap dance sta nell’equipaggiamento: la pole dance è la danza sul/col palo (pole). La lap dance è la danza sul grembo (lap), quindi più simile alle private dances che le spogliarelliste fanno ai clienti.

Questa è la differenza pratica. Quello che scoccia è ancora vedere certe pole dancer italiane cercar di fare una differenza morale tra la pole e la lap dance. Anche perché, in realtà, la differenza è poca: nei gli strip club si può fare sia la pole e la lap dance. Ma anche in una palestra di pole si possono fare sia pole che lap dance, tanto che io ho imparato a fare la lap dance in palestra, da ex spogliarelliste che mi hanno insegnato i trucchi del mestiere. Perché? Perché mi interessa, perché lo trovo sexy, perché volevo imparare a spogliarmi in modo sensuale, e perché la lap dance è difficile come la pole dance: provate a fare uno squat su una sedia / su qualcuno per la durata di una canzone e poi ne riparliamo.

Elementi della pole dance che vengono dagli strip club

Questo tentativo di distanziamento di alcune pole dancer italiane dalle spogliarelliste è patetico e anti-femminista, ipocrita e, direi, anche piuttosto delirante. Sono tanti gli elementi della pole che sono un’ovvia eredità delle spogliarelliste.

Dalle figure che portano i nomi delle spogliarelliste che le hanno create o nomi che ricordano i club – basti pensare alla Jamila, all’Allegra, le varie Butterfly o la Hello Boys – alle coreografie e i vestiti provocanti, dall’uso di musiche sensuali come il rock n’roll anni ’80, l’R&B di The Weekend che praticamente scrive solo di strippers e strip club, o la trap del sud degli USA, parlare solo di Mallakhamb o palo cinese sembra un voler negare l’evidenza. Anche la tanto odiata lap dance fa spesso una comparsa nella pole, con l’uso della sedia in lezioni di chair dance o esibizioni storiche in gare come Dance Filthy.

L’ex stripper, performer professionista e veterana della pole Kitty Velour spiega che anche gli heel bang, lo sbattere i tacchi sul palco durante una danza, nascono dalle stripper: è il loro modo di dire che sono sul palco e di attirare l’attenzione degli spettatori.

In sostanza, se cercate di distanziarvi dalle spogliarelliste e mi citate solo il palo cinese e il Mallakhamb, mi fate salire il male.

Le pole dancer italiane e la whorephobia

Come mi ha spiegato Stacey, attivista, stripper e fondatrice della East London Stripper Collective, la whorephobia – letteralmente “paura delle puttane” – è quel comportamento in cui una donna giudica un’altra secondo i propri pseudomoralismi, credendo di essere più pura e più brava perché non farebbe mai questo o quello. Stacey dice:

Per millenni siamo state condizionate dal fatto che la sessualità femminile è immorale, che le donne che guadagnano dalla propria sessualità sono da biasimare e che le prostitute sono il peggio della società. Questo si traduce in campagne per criminalizzare il lavoro sessuale o per chiudere gli strip club. Ma se vogliamo che il femminismo progredisca nel Ventunesimo Secolo, dobbiamo combattere per i diritti di tutte le donne, anche se fanno un lavoro che noi non faremmo mai.

Stacey, ESLC

Un esempio pratico di quello che sostiene Stacey è una triste vicenda di cui ho parlato anche con Cosmopolitan Italia, dove il comune di Bristol vuole chiudere gli strip club per proteggere le donne dalla violenza contro di loro perché hanno le “prove” che la violenza viene dai club. Queste prove non vengono mai citate e mostrate, mentre nessuno protegge le donne dalla mancanza di lavoro portata dalla chiusura del locale dove si esibiscono.

Foto mia

In sostanza, quello che succede tra le pole dancer italiane e le stripper è whorephobia, discriminazione contro chi lavora nell’industria del sesso per concetti morali personali. Una discriminazione molto simile a quella che fanno le SWERF – Sex Worker Exclusive Radical Feminists, femministe radicali che pensano che tutto il lavoro sessuale sia sfruttamento ed espressione delle leggi del patriarcato, anche quando chi lo fa è consenziente.

Questo, soprattuto in un’industria che si dichiara di larghe vedute, moderna e “empowering” come la pole dance, è ipocrisia e appropriazione culturale: certe pole dancer italiane non si fanno due domande nell’appropriarsi degli usi e costumi delle stripper, ma le escludono dalle loro conversazioni e spazi, e non ne prendono le difese.

Rispondo a commenti comuni

Commenti come quelli che ho letto vengono dal desiderio di non esser viste come una donna moralmente discutibile, e forse anche da domande ignoranti fatte da uomini poco informati.

Dire di non voler screditare chi lavora nei club per poi scrivere cose del tipo “noi non siamo come quelle lì” però è contraddittorio e sintomo di whorephobia – e, spesso, inaccurato, ipocrita e anche un po’ ingenuo. Ecco alcune risposte realiste a molti commenti che mi sono trovata a leggere.

“Ci esibiamo per noi stesse e non per denaro;” o “siamo artiste e performer.”

Anche le stripper si esibiscono per loro stesse: il guadagno, il lavoro, non è forse per noi stesse? O lavoriamo solo per gli altri?

Anche le pole dancer si esibiscono per denaro: vengono pagate come istruttrici o come performer. Altre non vengono pagate per niente e pagano per imparare, tant’è che per competere spesso paghiamo l’organizzatore di una gara. La transazione c’è sempre, è il pregiudizio morale che cambia.

Le stripper sono artiste e sono performer, e spesso sono assunte da cantanti o registi proprio per mostrare la loro arte – arte che hanno trasmesso a noi.

“I soldi non ci piovono addosso.”

OK, allora la prossima volta che ballate con una canzone che dice “make it rain” riferito ai soldi cambiate canzone. Fare pole dance aggratis o pagando uno studio non vi apre le porte del paradiso.

“Non ci denudiamo per fare piacere agli altri, la pelle ci serve per fare grip.”

Si, la pelle ci serve per fare grip. Ma il concetto di spogliarsi e di attenzione nella pole è complesso e relativo. Se tra delle mutande accollate e un perizoma scegliete il perizoma, per esempio, la questione del grip viene meno.

Il concetto di spettatore nella pole dance è molto più complesso di così: ognuno, a modo suo, cerca attenzione. Quindi se non ballate per far piacere agli altri, cosa ne pensate dei post di pole sui social media? Se ballate solo per voi stesse non dovreste postarli. E se fate uno striptease per un partner, non è un far piacere agli altri?

“Il nostro corpo non è un oggetto di libido, è il nostro mezzo di espressione.”

Esprimersi sessualmente è una forma d’espressione. E mi dispiace deludervi, ma pole o non pole, l’oggettificazione del corpo femminile fatta dagli uomini succede anche quando siete completamente vestite, in circostanze non ‘sexy’ – visti gli episodi di catcalling di cui si parla così tanto in Italia. Quindi siate realiste.

“Non ci strusciamo sul pubblico.”

Strusciarsi sul pubblico è un’arte ed è un lavoro. Il lavoro sessuale è lavoro. Smettetela di giudicare gli altri per colpa della vostra misoginia e whorephobia.

“La pole viene dal Mallakhamb o dal palo cinese, non dagli strip club.”

Preferite dare credito agli uomini per la creazione dell’arte che ci piace tanto, pur di non ammettere che l’influenza più grande è quella delle spogliarelliste? La storia della pole dance è nei paragrafi qui sopra.

Le presunte reazioni degli uomini alla pole e come rispondere

Se avete così paura della domanda: “Ma sei una spogliarellista?” o “Fai la lap dance?”, ecco alcune risposte che molte stripper non trovano offensive. Non è giusto dire “si, lo sono” se non è vero – sarebbe un appropriarsi di una vita non nostra, ma ecco delle soluzioni:

  • “No, ma grazie!”: Per me essere paragonata a una stripper è un complimento. Vuol dire che faccio il mio lavoro da istruttrice bene
  • “No, ma ammiro le spogliarelliste per i loro numeri / perché hanno fondato il nostro sport!”
  • L’evergreen: “Fatti i cazzi tuoi”.

Non gli dovete neanche una risposta.

Perché anche le pole dancer italiane dovrebbero schierarsi con le sex workers?

In sostanza, questo post è una gigante predica dopo essermi arrabbiata per certi commenti che ho letto. Ma perché mi sono messa in mezzo?

Perché ci troviamo in un momento cruciale per i diritti di chi lavora nell’industria del sesso, in tutto il mondo. Il lavoro sessuale è lavoro, ma visti i moralismi che lo accompagnano le sex workers non hanno ricevuto molti aiuti durante la pandemia, quando gli strip club sono chiusi.

Noi pole dancer ci siamo appropriate talmente tanto dell’immagine delle stripper che abbiamo una responsabilità verso di loro: dobbiamo schierarci a favore dei loro diritti e non cercare di distanziarci da chi il nostro sport, la nostra arte, li ha creati.

Se ancora credere che ci sia una differenza totale tra la pole e le stripper, pensate solo a quanto gli algoritmi dei social network come Instagram o TikTok bannano, cancellano, censurano tutte noi: per queste tecnologie disegnate da uomini, siamo entrambe pezzi di carne che vanno controllati e zittiti. Un tempo, le spogliarelliste e le pole dancer potevano costruirsi un pubblico e una carriera tramite i social media – vedasi Cardi B (qui sotto nel suo ultimo giorno da spogliarellista), che si esibiva nei club prima di diventare una social media star tramite il reality Love & Hip Hop e prima del successo globale con Bodak Yellow. Ora invece, i social censurano le spogliarelliste e le pole dancer, in un momento in cui entrambe lavorano online.

Non dobbiamo starci: difendere i diritti di chi lavora nell’industria del sesso vuol dire combattere per diritti migliori per tutte le donne, sia online che offline. Se il vostro femminismo intersezionale non include le sex worker, non meritate di chiamarlo tale.

Per saperne di più – risorse in lingua originale

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2 Comments

  1. Bravissima, ottimo post informativo per chi non conosce l’inglese, davvero utile!

  2. […] balliamo negli studi, sui palchi e nei video musicali non viene dal mallakhamb o dal palo cinese, ma dalle spogliarelliste. Sono loro che hanno aperto gli studi per insegnare la pole alle non-strippers, e sono loro che […]

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